
A piedi tra natura, antiche leggende
È un trekking lungo 17 km, adatto a chi ha gambe allenate, ma pianeggiante quindi non bisogna essere necessariamente degli esperti trekkers.
Permette di godere di tutte le bellezze del territorio compreso tra il Comune di Minervino e quello di Giuggianello e scoprire i tesori nascosti tra natura, leggenda e architetture rurali.
Si parte da Minervino, e si percorre una tranquilla strada vicinale percorsa solo dai contadini che lavorano le campagne. Si arriva nel punto in cui, nel 1893, in un campo di alberi di ulivo, fu scoperto il Dolmen Grassi, forse uno dei più grandi di tutto il Salento, con i suoi 4,30 metri di lunghezza e 1,50 di larghezza.
Si continua a camminare e si arriva nei pressi di diversi menhir, in località Vicinanze , nel territorio di - Giurdignano. Subito dopo si arriva nel Parco dei Megaliti.
Poi menhir Crocecaduta e Massi della Vecchia.
Si prosegue e scendendo dall’altura che guarda verso Muro Leccese, si arriva nei pressi della collina di San Giovanni, dove troviamo l’omonima cripta bizantina, proprio accanto al ristorante “Il Follaro”.
La cripta si presenta come una cavità artificiale scavata nella roccia, divisa in tre navate e con pareti ben affrescate, ma la sua importanza è dovuta al fatto che è una chiara testimonianza della presenza dei monaci Basiliani nel Salento. Durante il periodo di dominazione dell’Impero Romano d’Oriente, i monaci basiliani per sfuggire alla lotta iconoclasta sferrata da Leone III Isaurico, non ebbero altra scelta che fuggire e rifugiarsi nelle coste salentine, dove, non essendoci colline o alture ma anzi, sfruttando proprio l’aspetto carsico del sottosuolo, ricavarono delle piccole grotte da adibire a luoghi di culto. In piccole cripte come questa celebravano il loro rito greco-ortodosso. Negli anni la cripta fu abbandonata, anche per via dei vari saccheggi e soprattutto nel momento in cui la religione cattolica si affermò come religione prevalente nella penisola.
Con la storia si interseca, ancora una volta, la leggenda, che vuole questa collinetta abitata da un antico massaro, Armino, che aveva una figlia cagionevole di salute e spesso malata. Un bel giorno, mentre aiutava il padre a pascolare le pecore, le apparve San Giovanni, che le promise guarigione eterna. Una volta guarita,
il padre, in segno di gratitudine verso il santo, riportò la cripta all’antico splendore. La leggenda arriva ai giorni nostri, e ogni 24 giugno, festa del Santo, in cima alla collina, gli abitanti di Giuggianello portano avanti la tradizione del vecchio massaro di rendere grazie al Santo, dispensando durante la festa formaggi e vino, a suon di pizzica.
Lasciata la collinetta, il percorso porta nei pressi del menhir Polisano, per poi entrare nel centro abitato di Giuggianello. Qui è possibile visitare il Palazzo Lubelli con il Museo Civico appena restaurato, cuore della Tradizione della civiltà contadina.
In uscita dal paese è possibile visitare il Frantoio comunale, luogo iconico di tutta la cultura salentina, per avere un’idea di quanto fosse dura la vita di chi lavorava le olive e di quanto tutta la comunità del paese fosse coinvolta. Bisogna dire innanzitutto che la maggior parte dei frantoi antichi sono ipogei, ovvero scavati nella roccia, un po’ perché di fronte ad una rocca molto tufacea è più facile ed economico scavare piuttosto che costruire, un po’ perché in questo modo si aveva una temperatura costante più utile alla conservazione dell’olio (una temperatura costante attorno ai 20 gradi evita di solidificare l’olio), ma anche perché quando i Bizantini nel IX secolo sostituirono il commercio del grano, tanto caro ai Messapi, appunto con il commercio dell’olio d’oliva, gli antichi granai furono presto riconvertiti in “trappeti”.
L’ambiente ipogeo dei trappeti si trasformava nei mesi di lavorazione – che andavano da novembre a maggio - quasi in un piccolo villaggio sotterraneo con annessi animali e stalle, e da cui i lavoratori, sotto lo sguardo autoritario del nachiro ( il comandante del trappeto), uscivano solo in occasione delle feste religiose.
Le olive, dopo la raccolta e prima della spremitura, venivano depositate nelle sciave; al centro del frantoio vi era sempre una grande ruota che veniva fatta girare con l’aiuto di un mulo bendato per schiacciare le olive, che una volta pressate venivano adagiate sulle fiscule per farle riposare. In questo bel quadretto laborioso non potevano mancare altre leggende popolane, che vedevano negli uri dei piccoli folletti che si aggiravano tra i lavoratori per fare dispetti e dare fastidio.
Con l’era moderna e con il trasferimento dei frantoi esternamente questi luoghi di lavorazione ipogei sono andati in disuso, diventando però dei veri e propri gioielli di archeologia industriale diffusa.
Il percorso ci porta a camminare per un altro paio di km prima di giungere nella frazione di Specchia Gallone, alla porte di Minervino.
